Naufragio

Io e te, da vecchi, non sono mai riuscita a immaginarci. La mia testa inclinata nel lavandino di ceramica, mentre tu, annegandomi gli occhi in un misto d’acqua e sapone, sciacqui i miei capelli
con una pentola colma di tutto l’amore che sarebbe stato. Fugge questo pensiero improvvisato, nato dal cuore che stringo tra le mani. Lo porto in processione in questo momento in cui potrei piangere così forte da far tacere il mondo, prima che i battiti diventino rari ed io lo lasci stramazzare a terra.
Vorrei vedere tutto da un’altra prospettiva, ma sono in ginocchio aggrappata a un tavolo di metallo troppo alto perché io possa guardarti in faccia. Ho paura di toccarti, sai, ho quel timore di realizzare che sei freddo come il marmo. Dondolo avanti e indietro, ti supplico di non lasciarmi, non adesso
che la tua barba non è ancora grigia. Cerco l’odore della morte e non lo trovo, scavo nelle mie narici, ma niente, per me la tua morte non esiste. Sento un’esasperata voglia di non esserci. Ho sete
di un altro mondo, del tuo. Sono in regressione, in desolazione, in autocommiserazione, in demotivazione, in autodistruzione, in decomposizione. Cosa me ne faccio del mio corpo adesso? E
del tuo? Così diversi, eppure sotto la pelle, siamo tutti uguali. L’istinto di sopravvivenza è il più osceno degli istinti dell’uomo e tu non hai nemmeno provato a rimanere qui.
Mi alzo dal profondo sconforto, mentre le mie braccia stanche sembrano fare il giro della terra per cercare ciò che sarebbe stata la nostra vita, quel luogo dove il verde è ancora verde, dove il mare è ancora mare, dove il vento ci avrebbe fatto sussultare.
C’è traffico, un traffico veloce di luci e rumori, uno di quelli che sarà difficile superare.
Metto le cuffie con quella canzone, chiudo gli occhi mentre urla nella testa e mi spettina il pianto.
Chiedo scusa a labbra serrate a chi involontariamente nel buio mi farà a pezzi. Metto a fuoco un’ultima immagine, i miei capelli grigi inghiottiti dallo scarico e sono da te.